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Che acqua bevono i bambini di Brescia?

Dossier sull’acqua potabile del Comune di Brescia

1.      La preoccupazione di una mamma

Da tempo i quotidiani locali pubblicano notizie allarmanti sulla contaminazione della falda di Brescia, sempre accompagnate da dichiarazioni rassicuranti delle autorità sulla bontà dell’acqua bresciana.  Una mamma, però, ha cominciato a preoccuparsi ed il 3 settembre 2010 ci ha contattato chiedendoci se ci sembrava accettabile che suo figlio, come  tanti bambini delle elementari della città, fosse obbligato a bere l’acqua del rubinetto alla mensa ed a scuola. La motivazione del risparmio di imballaggi di plastica non sembrava sufficiente rispetto ad un eventuale rischio per la salute dei bambini. In ogni caso la mamma chiedeva, da un canto, un’informazione più dettagliata sulla qualità dell’acqua di Brescia e, dall’altro, la possibilità per il singolo genitore di optare per l’acqua minerale. [Allegato1AcquaBs2010.pdf]

2.      Mancanza di trasparenza e di informazione dei cittadini.

L’istanza di questa mamma ci sembrava ragionevole, per cui ci siamo subito attivati per capire qual era lo stato dell’arte. Abbiamo consultato il sito del gestore, A2A, scoprendo con nostra grande sorpresa che le informazioni sulla qualità dell’acqua di Brescia nelle diverse aree della città erano tanto generiche e superficiali da essere inservibili per comprendere quali e quanti inquinanti contenesse [Allegato2AcquaBs2010.pdf]. Se i cittadini hanno diritto a conoscere la qualità dell’aria che respirano (i dati sono messi in rete da Arpa Lombardia e Comune di Brescia), non si capisce perché non possano conoscere la qualità dell’acqua che bevono, a maggior ragione se questa viene obbligatoriamente somministrata ai bambini delle scuole. Questa mancanza di informazioni è ancor più grave se si consulta il sito del gestore dell’acqua di Milano, Metropolitana Milanese, che pubblica il dettaglio delle analisi dell’acqua con indicate le concentrazioni dei principali inquinanti [Allegato3AcquaBs2010.pdf].

3.      L’Asl di Brescia alla nostra richiesta dei dati risponde solo in parte

Dunque, occorre saperne di più. Il 17 settembre Imma Lascialfari, per il Coordinamento Comitati ambientalisti della Lombardia, ha inviato una richiesta di dati all’Arpa, in quanto struttura tecnica delegata alle analisi [Allegato4AcquaBs2010.pdf]. Ma l’Arpa rispondeva che era necessario rivolgersi all’Asl, ente preposto ai controlli della qualità dell’acqua [Allegato5AcquaBs2010.pdf]. Già il 5 ottobre, quindi, la stessa istanza veniva presentata all’Asl [Allegato6AcquaBs2010.pdf], dalla quale, finalmente, giungeva la risposta in data 20 ottobre 2010 [Allegato7AcquaBs2010.pdf]. La risposta dell’Asl merita alcune considerazioni:

1.      le informazioni sono relative alla media di un numero x di campioni nel corso di 4 anni dal 2007 al 2010, e non ai singoli campioni, come invece vengono fornite da Metropolitana Milanese per l’acqua di Milano che correttamente le mette in rete a disposizione di tutti, come dovrebbero essere di pubblico dominio anche a Brescia  (per l’aria i dati sono riferiti al campionamento della singola giornata e non alla media di uno o più anni, ovviamente, e così dovrebbe essere per l’acqua);

2.      pur in questo quadro di insufficiente conoscenza dei dati, si scopre che in un caso, in via Chiesanuova 47, per la sommatoria tri-tetracloroetilene, si è  addirittura superato il limite di legge (10 μg/l),  anche di molto, ovvero 16 μg/l;

3.      non sono considerati i pesticidi, anche se il certificato di analisi di “Altroconsumo” su un campionamento prelevato in piazza Loggia, il 13 maggio 2009, certificherebbe la presenza di pesticidi per un totale di 14,19 ng/l (www.altroconsumo.it/acqua-potabile/);

4.      sembrava scontato che nel caso di Brescia, per la peculiarità del “sito Caffaro”, tra i solventi clorurati venisse indagato anche il tetracloruro di carbonio, altamente tossico e probabilmente cancerogeno, inquinante caratterizzante la falda di Brescia, mentre sembrerebbe che questo non sia stato preso in considerazione.

5.      nel complesso è comunque evidente che l’acqua di Brescia presenta concentrazioni significative di inquinanti tossici, anche se, salvo un campione e salvo la verifica del tetracloruro di carbonio, al di sotto  dei limiti di legge.

Comunque, queste considerazioni vengono esplicitate all’Asl di Brescia il 29 ottobre [Allegato8AcquaBs2010.pdf].

4.      La falda di Brescia è molto inquinata

La falda di Brescia, in quanto chimicamente contaminata, è stata inserita dalla L. 179 del 31 luglio 2002, Disposizioni in materia ambientale, nel “Sito inquinato di interesse nazionale Brescia-Caffaro”, dopo la denuncia del “Caso Caffaro” dell’agosto 2001.
Diverse indagini sono state compiute, da allora, sullo stato della falda di Brescia. 
Nel primo studio (Arpa, prima indagine conoscitiva della falda nel sito nazionale Brescia-Caffaro, Brescia 27 settembre 2005) vennero ricercati alcuni composti che potrebbero essere stati rilasciati dalle molteplici attività industriali che hanno insistito sull’area: MTBE (antidetonante “verde” per benzine), Cromo VI, tetracloruro di carbonio, tricloroetilene, tetracloroetilene, triclorometano, PCB,mercurio,  1,2 dicloroetilene, 1,1 dicloroetilene. La falda, come si poteva prevedere, risultava inquinata da diverse sostanze, in particolare solventi clorurati.
Per quanto riguarda il tricloroetilene, comunemente noto come trielina e largamente impiegato in
diversi settori, sono state trovate concentrazioni superiori ai limiti (1,5 μg/l), ma inferiori di 10 volte gli stessi, in tre aree: a nord della Caffaro si è riscontrata la sua tendenza a sfuggire nel cono di depressione dell’Iveco, a valle delle discariche di Via Caprera, isolato nel pozzo nr. 152 (Sereno 2) ove già si era registrata la presenza del tetracloruro di carbonio. Analogamente anche il tetracloroetilene evidenziava superamenti dei limiti (1,1 μg/l) anche di 100 volte nel pozzo nr. 448 (Iveco 7) dove si è accertata una concentrazione di 129,50 μg/l. “Da tale area sembra essersi diffuso, nel corso del tempo, verso i due grandi centri d’emungimento: a Nord verso i campi pozzi dell’Asm e a Sud verso la Caffaro”.

Per quanto riguarda due sostanze tipiche delle produzioni Caffaro, PCB, peraltro non solubile in acqua e quindi difficilmente rintracciabile se non nel fondo, e mercurio, si conferma quanto poteva essere già noto dalle analisi della falda sottostante lo stabilimento: i PCB sono stati rilevati “in concentrazioni superiori ai limiti (0,012 μg/l rispetto a 0,01 μg/l) e il mercurio “è presente in concentrazioni di poco superiore ai limiti (1,5 μg/l rispetto a 1 μg/l) solamente nel pozzo nr. 218 (Campo Morosini Pz 3 Est 40), posto a meno di cento metri dal luogo di produzione della Ditta
Caffaro”. Anche il triclorometano, comunemente detto cloroformio, è stato per anni prodotto dalla Caffaro: di questa sostanza “risulta chiaramente impattata l’area nei dintorni della Caffaro, ove si denota la diffusione di tale contaminate verso i centri d’emungimento posti più a nord”.
Infine il tetracloruro di carbonio, “utilizzato in passato quale marker dell’inquinamento da solventi proveniente dalla Caffaro. Il pennacchio più settentrionale nell’area dello stabilimento Caffaro presenta una concentrazione 300 volte superiore ai limiti (0,15 μg/l ISS 2001/01 Gruppo di lavoro Acna di Cengio)”. Per quanto riguarda questo contaminante, specifico di Brescia, in un successivo approfondimento ad esso dedicato (22 dicembre 2006) l’Arpa constatava: “Riteniamo che ormai sia documentalmente ed oggettivamente acclarato il contributo della Ditta Caffaro alla formazione di un pennacchio di contaminazione principale, che trae infatti la sua origine dall’area dello stabilimento Caffaro. Una volta giunta in falda, la contaminazione viene sospinta verso Sud lungo la direzione di flusso, generando un plume la cui estensione potrebbe raggiungere il territorio del Comune di Flero. In corrispondenza della zona posta all’altezza del pozzo “Chiesanuova 2” (nr. 258) si ha un aumento dell’ampiezza laterale del pennacchio di contaminazione, che sembra lambire anche l’area in prossimità del Mella”.
Ancora il 4 agosto 2010 il Ministero dell’Ambiente  constatava che la situazione della falda non è per nulla migliorata, anzi : “si continua a riscontrare una significativa contaminazione, in aumento per alcuni parametri, nei piezometri di controllo”. In quella sede, inoltre, veniva acquisita la relazione dell’Ispra, l’agenzia del Ministero dell’Ambiente,
Istruttoria relativa al documento Baratti di Eredi Inselvini S.r.l. dell’aprile 2010, su un gravissimo inquinamento da Cromo esavalente (CromoVI), in un’area sempre ricompresa nel sito Caffaro: ebbene, nelle acque di falda sottostante questa azienda  di cromatura, si riscontrano concentrazioni di CromoVI fino a 114.000 μg/l (valore limite 5 μg/l ). [FaldaCromoVIBaratti.pdf]

   5.      Altri dati confermano la problematicità dell’acqua potabile di Brescia

Come già si è evidenziato, a Brescia si fatica non poco ad ottenere informazioni sulla qualità dell’acqua potabile. Tuttavia è intuibile che tracce degli inquinanti tossici presenti in concentrazioni elevate in falda siano veicolati anche nell’acqua distribuita dall’acquedotto (CromoVI, tetracloruro di carbonio, tri-tetracloroetilene e solventi clorurati in genere). Oltre al documento lacunoso e carente di informazioni dettagliate dell’Asl di Brescia del 20 ottobre 2010 [Allegato7AcquaBs2010.pdf], abbiamo a disposizione alcuni dati dell’Arpa di Brescia dell’autunno 2001, ottenuti a seguito della deflagrazione del “caso Caffaro” [Allegato9AcquaBs2010.pdf] e l’ultima rilevazione compiuta da “Altroconsumo”  nel 2009 alla fontanella di Piazza Loggia [Allegato 10AcquaBs2010.pdf].
Ovviamente questi dati confermano che l’acqua di Brescia presenta tracce dei contaminanti tossici di cui si è detto. Inoltre questi documenti  ci sollecitano ad un’osservazione che attiene alla peculiarità della situazione bresciana. La Caffaro di Brescia ha impiegato per oltre mezzo secolo  nei propri processi produttivi grandi quantità di un particolare solvente, il tetracloruro di carbonio, che serviva a produrre il clorocaucciù, commercialmente Clortex. Negli anni Ottanta vi furono sversamenti disastrosi nella falda di questo solvente, tali da costringere l’allora Asm, oggi A2A,  a chiudere alcuni pozzi. Come abbiamo visto nel paragrafo precedente, la falda sotto la Caffaro presenta ancora oggi un pennacchio di inquinamento acuto di tetracloruro di carbonio. Ed effettivamente, quando l’Arpa nel 2001 ricerca questo solvente nell’acqua potabile di Brescia ne trova fino ad 8 μg/l in un pozzo sotterraneo e fino a 5 μg/l in un punto della rete. Ora, se aggiungessimo questo dato, come si dovrebbe, alla sommatoria dei solventi organoalogenati, ovvero  tricloetilene  e tetracloroetilene, probabilmente in diversi casi si potrebbe superare il limite di legge di 10 μg/l, limite peraltro già superato in un caso, solo considerando questi ultimi due,  tri-tetracloroetilene, e in diversi casi sfiorato (San Bartolomeo: 10 μg/l; quartiere Leonessa: 9 μg/l; Piazza Loggia 9,7 μg/l; Folzano 9,5 μg/l; via Capretti Triumplina, 9 μg/l). Così pure, se “Altroconsumo” avesse contezza della peculiarità di Brescia e misurasse anche il tetracloruro di carbonio, probabilmente assegnerebbe un punteggio ancora più basso all’acqua di Brescia, rispetto al già  poco lusinghiero “accettabile” (la scala decrescente è: ottimo, buono, accettabile, mediocre, pessimo).

6.    Di norma i bresciani bevono un’acqua che in falda viene classificata inquinata

Occorre infine menzionare un dato che a una prima lettura appare inquietante. La normativa attuale prevede limiti difformi per gli inquinanti cancerogeni (Cromo VI, tricloroetilene, tetracloroetilene, triclorometano, tribromometano e, in parte, per tetracloruro di carbonio),  presenti sia nell’acqua di falda che in quella potabile. Nella tabelle di seguito mettiamo a confronto i limiti al di sopra del quali la falda è classificata inquinata e da bonificare (DLgs. 3 marzo 2006, n. 152)  e i limiti per l’acqua potabile (DLgs 2 febbraio 2001 n. 31):

* Il limite del tetracloruro di carbonio in falda è stato aggiunto dall’ISS 2001/01Gruppo di lavoro  Acna di Cengio;  il limite nell’acqua potabile, non previsto dalla normativa nazionale, è stato indicato in 4 μg/l dall’organizzazione mondiale della sanità (Who 2004): A Brescia è il solvente clorurato tipico dell’inquinamento Caffaro, che però di norma non viene cercato nell’acqua di Brescia; il dato qui riportato è relativo a una specifica analisi Arpa del 2001 al punto rete di Verziano.

** Sommatoria tricloroetilene e tetracloroetilene

*** Sommatoria trialometani, cioè triclorometano e tribromometano (cui andrebbero aggiunti il dibromoclorometano, e il bromodiclorometano). I trialometani possono formarsi come effetto indesiderato del trattamento con il cloro delle acque, per cui in questo caso può essere giustificato un limite più elevato nell’acqua potabile.

Sconcertante è verificare che in falda per i  cancerogeni vi sono limiti in generale più restrittivi che non nell’acqua potabile, mentre ci si attenderebbe esattamente l’opposto. Non è chiaro perché la tutela ambientale prevalga sulla tutela della salute. Per quanto riguarda l’acquedotto di Brescia, se si confrontano i dati dell’Asl con i limiti in falda, spesso l’acqua che si beve a Brescia risulta classificata inquinata come acqua di falda, in particolare per gli alifatici clorurati cancerogeni o solventi clorurati, e per il Cromo VI cancerogeno, in considerazione del fatto che il Cromo presente nelle acque di Brescia è certificato essere, per oltre il 90%,  Cromo VI.
Come spiegare questa clamorosa incongruenza? Probabilmente, da un canto, si vuole tutelare in modo più rigoroso il patrimonio acquifero sotterraneo, dall’altro vengono accettati limiti superiori per l’acqua potabile, in considerazione del fatto che allo stato attuale, altrimenti, molti acquedotti di città a forte intensità industriale sarebbero da chiudere.
In ogni caso, la situazione di Brescia non può dirsi tranquilla e deve sollecitare ancor più le Istituzioni a por mano con urgenza alla bonifica della falda. Va ricordato che per i cancerogeni il valore limite accettabile, in teoria, dovrebbe essere 0.

7.      Una risposta dell’Asl evasiva e sconcertante.

La risposta dell’Asl del 10 novembre 2010 [Allegato11AcquaBs2010.pdf] appare per certi versi evasiva e per altri sconcertante. Evasiva sul punto irrinunciabile di una corretta, esaustiva e permanete informazione della cittadinanza sulla qualità dell’acqua nei diversi punti rete, non garantita dall’ente gestore e tantomeno dagli Enti deputati al controllo (Asl e Arpa), assodato il fatto che il documento fornito dall’Asl “una tantum” e con “informazioni complessive” è del tutto insufficiente al riguardo.
Quanto poi alla questione dei pesticidi e del tetracloruro di carbonio, come abbiamo documentato, nel rpimo caso vi è l’indagine di Altroconsumo che ne evidenzia la presenza, mentre nel secondo caso è proprio l’Arpa che da un canto ha messo a fuoco quel tipo di contaminazione acuta in falda e, dall’altro, nella forse unica indagine compiuta ai punti rete nel 2001, ne ha evidenziato concentrazioni elevate in alcuni di questi.
Sconcertante poi, da parte di un Ente di controllo, scaricare le responsabilità del problema sulle autoanalisi dell’Ente gestore che l’Ente di controllo dovrebbe appunto controllare.  Con queste premesse, non può risultare convincente la conclusione rassicurante sulla somministrazione obbligatoria dell’acqua dell’acquedotto di Brescia ai bambini delle scuole.

8.      Un sano principio di precauzione per la salute dei bambini

A questo punto poniamo pubblicamente cinque domande alle Autorità di Brescia

1.      Perché, stando a quanto comunicato dall’Asl,  nei controlli non viene misurato il tetracloruro di carbonio, l’inquinante più tossico e caratteristico della falda di Brescia?

2.      Perché a Brescia non vengono messi in rete e rese pubbliche, periodicamente, le analisi dei campioni dell’acqua potabile nei diversi punti della città, per tutti i contaminanti, come avviene a Milano (con l’aggiunta, specifica per Brescia, del tetracloruro di carbonio)?

3.      Perché le singole scuole elementari e i genitori non vengono dettagliatamente informati sulle caratteristiche qualitative dell’acqua distribuita ai bambini?

4.      Quali sono gli interventi in atto e quali quelli programmati per bonificare la falda della città e in quali tempi si ritiene di perseguire il risultato?

5.      Il Comune di Brescia ha predisposto i provvedimenti amministrativi, tecnici e finanziari atti ad evitare che, con la definitiva chiusura della Caffaro, venga meno la tenuta in sicurezza della falda e si determini un contaminazione catastrofica della stessa?

6.      Nel frattempo, siamo sicuri che non sia imprudente imporre nelle scuole pubbliche ai bambini di Brescia di assumere l’acqua del rubinetto?

 

Brescia dicembre  2010                                                        [a cura di Marino Ruzzenenti]